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Giuseppe Beltrando
 

"Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea e Samaria, fino all'estremità della terra" (Atti 1:8)


Cosa vuol dire essere testimoni? Testimone è per esempio chi ha visto, assistito ad un incidente d'auto. Diventa fedele testimone se racconta ad altri con fedeltà la dinamica dell'incidente. Si può essere testimoni di tante cose, se queste però sono sentite con le proprie orecchie o viste con i propri occhi.
In questo momento io rendo grazie a Dio perché poso raccontare, testimoniare la Sua bontà, fedeltà e amore nel salvare l'anima mia dalla schiavitù del peccato a facendomi un Suo figliolo.
Nel 1962 avevo già 21 anni, adulto sotto ogni aspetto, vivevo in Svizzera dove, emigrato, avevo un buon lavoro che mi permetteva di fare una vita alquanto agiata. Lavoravo molto e mi divertivo assai; ero presente in tutti i festini mondani della zona, menavo una vita, a mio parere, normale.
La mia famiglia, sempre in difficoltà finanziaria per mancanza di lavoro, era per il paese una famiglia modello: morale eccellente, religiosissima, zia suora, fratello e cugino monaci francescani. Mi sentivo protetto ed ero sicuro che per i loro meriti sarei andato, poiché ci credevo, certamente in paradiso.
Avevo in origine quattro fratelli, ma nel 1961, in 15 giorni, morì prima un fratello di 14 anni , poi una sorella di 9. Mia mamma si consolava dicendo: "Il Signore se li è presi! Loro pregheranno per noi e alla fine , per le loro intercessioni, li raggiungeremo in paradiso".
Non siamo stati noi a cercare il Signore, ma Egli a cercare noi. Mentre noi eravamo erranti e ognuno seguiva la propria via, il Signore è morto per noi.
Non sono testimone di un miracolo eclatante: nessuna caviglia raffermata o braccio raddrizzato o organo miracolosamente guarito; Dio mi ha creato un corpo così perfetto che ancora oggi, sessantenne, gloria al Suo Santo Nome, godo di buona salute. Ho avuto però un intervento divino di inestimabile valore per il quale non posso fare a meno di ringraziare il Signore e quindi raccontarlo a tutti.
Mentre pensavo di essere al sicuro, spiritualmente protetto per i meriti dei fratellini morti in tenera età e dai parenti religiosi, conducendo una vita che oggi stimo dissoluta, notai che Cristo, il Figliuolo di Dio, mi cercava. Nel '62 una donna fu richiamata in Svizzera da suo marito che abitava nello stesso edificio dove pure io abitavo e con il quale si era stabilita un'ottima amicizia. Questa donna era molto semplice, sobria nel vestire e nell'agire talché mi domandavo donde venisse tutta questa saggezza e delicatezza.
Una domenica di qualche mese dopo fui invitato a pranzo. Mi presentai con un bouquet di fiori e con un po' di galanteria. Il tempo di scambiare qualche parola, il pranzo era pronto e quindi tutti a tavola. Cose mai viste in vita mia: quella donna, Rosalia, insieme a Lidia, la sua figlia di 8 anni, chiuse gli occhi e cominciò a pregare Iddio che sembrava fosse lì accanto a lei. Ne restai meravigliato. Pensando di farle piacere, durante la conversazione feci capire che anch'io ero cattolico, che avevo una zia suora e un fratello monaco, ecc., ma lei, in modo veramente umile, disse: "Ma io non sono cattolica". "Che cosa sei, dunque?" le chiesi più per continuare la conversazione che per interesse alle sue idee. "Sono un'evangelica, una figliuola di Dio salvata per grazia". E alla mia domanda se frequentasse una chiesa mi rispose che con l'aiuto di alcuni fratelli della chiesa di Como, dove era pastore il fratello Laiso, ne aveva trovata una a Neuchatel.
Questa fu la frase più lunga che lei pronunciò ed io avvertii subito che lei desiderava ancora parlare, ma come se le fosse impedito. Più tardi scoprii che il marito le aveva proibito di parlare del Signore ad amici e conoscenti. Prima di finire il pranzo riuscii a chiederle se alla prossima riunione potevo andare in chiesa con lei. Appuntamento alla fermata del tram.
Dalla domenica al mercoledì non pensavo ad altro che a lei e alla figlia dalla quale non si staccava mai. Ero quasi impaziente e non vedevo l'ora che arrivasse il mercoledì sera. Così ero sul posto almeno da una mezz'ora. Qualche minuto prima dell'orario eccole spuntare. Le guardavo inconsciamente con grande interesse; vedeva in loro due persone veramente speciali. In tram, per circa 20 minuti, dissi solo poche parole; come Lidia (Atti 16:14) io ebbi a dire poco, ma Rosalia non si stancava di raccontarmi le cose meravigliose che il Signore aveva fatte per lei. Sembrava un pozzo senza fondo. ( "Chi crede in Me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno". Giov. 7:38).
Arrivammo alla chiesa, una saletta nel seminterrato alquanto scura; il legno che la rivestiva da almeno trent'anni si era imbrunito e la rendeva ancora più piccola; una ventina di sedie alcune delle quali già occupate da persone di mezza età dal viso raggiante e pieno di gioia. Man mano la saletta si riempiva per di più da giovani.
La funzione iniziò con un cantico seguito da una preghiera e da un altro cantico; poi prese inizio un vociare alquanto armonioso. Con un po' di attenzione riuscii a capire che tutti lodavano il Signore per la Sua fedeltà e il Suo amore. Non capivo in che modo Dio avesse fatto notare fedeltà e amore nei loro riguardi. La lode e i ringraziamenti continuarono da cori esaltanti Dio per la Sua grandezza e onnipotenza e da preghiere individuali nelle quali, tra l'altro, chiedevano perdono dei loro peccati. Cose mai viste e sentite prima! Quella saletta tanto oscura e piccola diventava man mano sempre più grande e avevo la sensazione di essere sotto un sole di eccezionale splendore e alla presenza di "Qualcuno" che cercava di fare del bene.
Ero ansioso di sapere di chi era questa presenza che mi dava gioia ma non osavo aprire bocca tant'è che non vedevo nessun altro se non le stesse persone. Mi meravigliò il fatto che alcuni chiedevano perdono per le loro debolezze e i loro peccati; per il resto tutti lodavano il Signore come se parlassero con Lui. Capii, non so come, che se volevo gioire come loro e godere come loro del perdono e della gioia di lodarLo dovevo anch'io confessare i miei peccati. "Se confessiamo i nostri peccati Egli è fedele e giusto da perdonarli e purificarci da ogni iniquità". (I Giovanni 1:9). Era impossibile! Per confessarli ci sarebbe voluto più di qualche giorno per fare una lista completa; per di più avevo fatto delle cose ritenute, secondo il comune sentire, normali, ma che giuste non erano alla luce di ciò che sentivo in quel momento.
Si era creata un' atmosfera meravigliosa,sembrava che il tempo si fosse fermato, ma io rimanevo chiuso in me stesso.
Ma ecco una ragazza cominciò a pregare con ringraziamenti e con lode; poi, come se parlasse per me, disse: "Signore, Tu conosci il mio cuore. Tu sai tutto quello che ho fatto, non è necessario che io Ti faccia una lunga lista; so che ho molto peccato contro di Te, ma ho fede che per i meriti di Gesù Cristo e per il Suo sangue Tu mi perdonerai e mi darai la grazia di seguirTi nell'ubbidienza". Fui così toccato da quelle poche parole che quasi ad alta voce conclusi: "Sì, Signore, perdonami e dammi grazia di conoscerTi e ubbidirTi!"
In quel momento un calore invase il mio corpo e sentii una gioia e una pace indicibili.
Alcuni, più che pregare, sembrava parlassero a 'tu per tu' col Signore, in un dialogo diretto. Troppo bello! Compresi che il Signore stava benedicendo e dissi: "Signore, benedici anche me", ed Egli lo fece. Ora sì, avvertii la Sua presenza proprio accanto a me. Mi arresi completamente a Lui dandoGli il cuore (Proverbi 23:26).
Confesso che non ho mai avuto occasione di potermi pentire di averLo accettato come personale Salvatore perché in tutti questi anni L'ho trovato sempre fedele, mi ha dato grazia di imparare molte cose, di conoscerLo meglio e di servirLo nel ministerio. Sono altresì sicuro e certo che non mi lascerà e non mi abbandonerà mai. Alla Sua venuta vorrò farmi trovare fedele.

Giuseppe Beltrando
pastore di Tuglie


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