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Il decalogo in relazione all'insegnamento del Nuovo Testamento
 

VI Comandamento

"Non uccidere" (Esodo 20:13)

Dio, ritenendo alto il valore della vita umana, con il sesto comandamento proibisce l'omicidio. Egli, "che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa"(Atti 17:25), non accetta minimamente che l'uomo si erga come giustiziere di sé stesso o del suo prossimo. L'atteggiamento di Dio, al riguardo, si era già espresso nella maledizione posta su Caino a causa del suo delitto (Genesi 4:10,11).
L'omicidio è descritto nella Scrittura come l'uccisione premeditata di una persona (Esodo 21:14), dopo aver teso un agguato (Numeri 35:20,), spinto da odio (Deuteronomio 19:11; Numeri 35:21).

1. UNA PRECISAZIONE NECESSARIA

"Non uccidere" è sinonimo di "privare della vita, mettere a morte, causare la morte, far perire, ecc..", ma c'è un termine "assassinare" (uccidere per odio o per rapina, ecc.) che rende più chiaro il concetto espresso in questo comandamento. Questa precisazione è necessaria per evitare che si commetta l'errore di pensare che la legislazione ebraica è in contraddizione con sé stessa.
Difatti, sappiamo che mentre da un lato Dio condannava l'assassinio, dall'altro la pena di morte e la guerra erano considerati mezzi di castigo e di conquista.
Infatti, secondo l'Antico Testamento (o vecchio patto), la legislazione ebraica ammetteva:
a) la guerra come giudizio imminente di Dio (Esodo 34:11,15-16; Lev. 18:24,25);
b) la pena di morte per l'assassinio volontario e premeditato (Esodo 21:12,14);
c) la pena di morte anche per coloro che oltraggiavano e si ribellavano caparbiamente all'osservanza della legge. Questo per estirpare il male dal popolo d'Israele (Esodo 21:24,25; Levitico 20; Deut. 19:19,20).

Pertanto sembra chiaro che la legge data da Dio agli ebrei, pur prevedendo la pena di morte per alcuni reati gravi commessi volontariamente, proibiva ogni atto che mettesse in pericolo la vita umana inutilmente, per malizia, odio, vendetta, ira, ecc... (Deut. 22:8; Lev. 19:14,17-18; I Giov. 2:9-11).

2. UNA POSSIBILITÀ DI SALVEZZA PER L'OMICIDA INVOLONTARIO

La misericordia e la giustizia di Dio vengono manifestate nei confronti degli omicidi che avevano ucciso involontariamente, senza premeditazione (casi di incidenti), con l'istituzione delle "città rifugio" (Numeri 35:9-34).
Dio ordinò a Mosè che, dopo l'entrata nel paese di Canan e la conseguente conquista del territorio, sei "città rifugio" sarebbero state designate per dare possibilità all'omicida involontario di rifugiarsi. In questo modo poteva scampare dal "vendicatore di sangue" e avere la possibilità di essere ascoltato, dai giudici del popolo, intorno alle cause dell'incidente.
Nel caso veniva dimostrato che l'omicidio era stato provocato da odio, vendetta personale o cose del genere, la pena era la morte. I giudici consegnavano l'omicida nelle mani del vendicatore del sangue (poteva essere un parente prossimo della vittima), per essere messo a morte (Deut. 19:11-13).

Col passare degli anni, spesse volte troviamo testimonianze nella storia biblica che il popolo si era allontanato dalle leggi morali di Dio, compreso questo comandamento, non tenendo più conto dei suoi insegnamenti (Geremia 7:9; Osea 4:2; 6:9).
Anche Gesù, esprimendo il suo lamento su Gerusalemme, dichiara questo peccato (Matteo 23:37).

3. IL SESTO COMANDAMENTO IN RELAZIONE ALL'INSEGNAMENTO DI CRISTO

Durante il "Sermone sul monte", Gesù afferma: "Voi avete udito che fu detto agli antichi: Non uccidere. Chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale; ma Io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale..." (Matteo 5:21,22).
Come si può notare, Gesù associa al sesto comandamento un'altra frase che pur non trovandosi letteralmente citata nell'Antico Testamento, dichiara che c'è un tribunale e un giudizio (sia terreno, che divino) per chi viola tale comandamento. Ciò nonostante, Egli rafforza il concetto (Ma Io vi dico...) ponendo l'enfasi, non solo sull'azione esteriore (uccidere, o privare della vita), ma soprattutto sul fatto che si è già nel peccato quando non si riesce a controllare e governare i sentimenti negativi del cuore, come appunto l'ira, l'odio, l'invidia, ecc... (cfr. Matteo 15:18-20; Marco 7:20-23).

Pertanto, oggi, nel suo insieme, l'insegnamento biblico ci richiama ad un esame più attento del problema. In questo comandamento c'è molto di più di due parole lapidarie che proibiscono il delitto. Possiamo affermare che il sesto comandamento, alla luce di tutta la Sacra Scrittura, tratta del grande valore della vita, della dignità umana, del rispetto che l'uomo deve avere per se stesso e per la vita del suo prossimo.


4. IL RISPETTO PER LA VITA UMANA

Come uomini, ma soprattutto come cristiani, abbiamo il dovere di rispettare il "diritto alla vita". La vita non è un semplice fenomeno biologico. Essa non si fabbrica. Anche se l'Autore della vita ha dato all'uomo la libertà e la responsabilità di trasmettere la vita per mezzo della capacità di procreare, questo non autorizza l'uomo a fare della sua vita, o della vita degli altri, quello che meglio crede.
a) Verso se stessi
Bisogna difendere e proteggere la vita finché esiste; quando questa passa via non è più in potere dell'uomo fare nulla. Dio non è al servizio dei negligenti e degli imprudenti; pertanto se è sbagliato uccidersi direttamente attraverso il suicidio o la rinuncia alla vita, con una rivoltella, col veleno o con qualunque altro mezzo, come anche l'eutanasia o la morte anticipata procurata per pietà, è altrettanto sbagliato uccidersi gradatamente attraverso gli effetti deleteri della droga, dell'alcool, del fumo, attraverso la velocità eccessiva nella guida, ecc...
Coloro che trascurano di curare se stessi per questi o per altri motivi, e perdono la vita, potrebbero essere colpevoli di "suicidio per negligenza" (cfr. Giacomo 4:17).
b) Verso gli altri
Si può venire meno nel rispetto della vita verso gli altri in tanti modi. Per esempio ricorrendo all'omicidio, non importa con quali mezzi e per quali ideali o scopi; guidando in stato d'ubriachezza per l'effetto dell'alcool o di altre sostanze nocive all'equilibrio psico-fisico (sembra che ogni anno, in Europa, perdono la vita più di 200.000 persone in seguito ad incidenti legati al traffico); ricorrendo alla pratica dell'aborto o all'interruzione della maternità; e l'elenco potrebbe ancora continuare.

5. UCCISIONI IN SENSO MORALE

Si possono commettere delle uccisioni anche in senso morale.
Le cause possono essere:
- la lingua, considerato strumento di vita o di morte (Prov. 18:21; Ger. 9:5,8; Giac. 3:5-8);
- l'odio, non solo quello che arriva ad uccidere di fatto, ma, secondo le Scritture, "chiunque odia suo fratello è omicida" (I Giov. 3:15);
- il cruccio, "uccide l'insensato e l'irritazione fa morire lo stolto" (Giobbe 5:2);
- la gelosia, può distruggere gli affetti e le amicizie più care (Genesi 4:8; I Sam. 18:7-9);
- la vendetta, come conseguenza di un torto ricevuto.

6. CONCLUSIONE

Come abbiamo visto, "non uccidere" è un comandamento che tocca tanti aspetti della vita, per questo bisogna agire ogni giorno con la sapienza divina per rimanere fuori da ogni forma di "uccisione".
Ci aiuti il Signore a vivere nell'amore, nella pace, nel rispetto verso gli altri perché tali virtù generano la vita e l'immortalità.

"Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli" (I Giovanni 3:16 ).

P.C.

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