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Tornando dal culto
 
di Krista Gerloff (trad. MARILENA LUALDI)
 

Che cosa devo dire loro? Ai vicini, che incontro e che mi chiedono: che dici di ciò che è successo?
Nel culto della nostra comunità di ebrei messianici cantiamo sui testi biblici quasi esclusivamente in ebraico. Sono per noi la fonte di forza e consolazione. E queste parole della Bibbia sono incredibilmente attuali.
Alla fine del culto lo scorso sabato il nostro pastore aveva l'impressione che noi volessimo ancora una volta cantare il testo di Isaia 61. Come Gesù duemila anni fa nella sinagoga di Nazareth: "Mi ha inviato ai poveri per annunziare un lieto messaggio, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito di lutto, canto di lode invece di un cuore mesto".
Quando usciamo per tornare a casa, i giornalisti nella nostra comunità danno i primi annunci dell'attentato nel quartiere ultraortodosso Mea Schearim. Un palestinese si è avvicinato a un gruppo di famiglie ebraiche, che uscivano dalla sinagoga dopo la fine dello shabbath, e si è fatto saltare in aria tra di loro. Il risultato, sono molti morti e feriti. Nelle strade corrono macchine della polizia e ambulanze con le sirene.
Già in macchina sentiamo alla radio altre notizie che ci sgomentano e a casa alla tv il quadro si fa più pesante. Nel panico, nella paura, la gente cerca i familiari negli ospedali. Sul luogo dell'attentato giacciono dieci cadaveri terribilmente dilaniati. Tra di loro tre bambini e due piccoli di pochi mesi. Due neonati, non feriti, vengono trasportati nell'ospedale Cholim Bikur. La polizia cerca i loro genitori. E c'è anche la notizia di un escursionista, il cui cadavere è stato trovato crivellato di pallottole nel deserto.
Nella notte stentiamo a dormire. La colazione il mattino dopo non ha sapore. E poi apprendiamo del secondo attentato. In tutto 19 morti dalla parte israeliana nelle ultime 24 ore. Le notizie continuano a risuonare. Non c'è soluzione militare, dice un commentatore alla tv israeliana, ma neanche una via d'uscita politica.
Sono solo notizie, cifre nella lunga statistica del conflitto arabo-israeliano, che infuria da 100 anni. Ci si sforza, non si ha altra scelta che andare oltre.
Stasera in tv seguiremo altre sepolture, vedremo gli stessi volti distrutti dal dolore, disperati dei genitori, dei bambini, di mogli e mariti, come già così spesso nelle settimane, nei mesi, negli anni passati. Come se non ci fossero abbastanza lacrime.
Mi aggrappo a Isaia 61. Per fortuna non è solo un fuscello. E' una rupe su cui il Signore mi solleva, canta il Re Davide nel Salmo 27. Solleva anche il mio capo (Salmo 3) e gliene sono riconoscente. Altrimenti, l'invito di Gesù (alzate gli occhi, sollevate il vostro capo) sarebbe solo un peso ulteriore. Sempre, di nuovo, penso al dialogo con una ebrea ortodossa nostra vicina.
Ci sediamo insieme sulla terrazza e la domanda "Perché?" è sospesa nell'aria. Lei dice: "I rabbini devono smettere di prometterci che l'anno prossimo il Messia verrà. Aspettiamo e aspettiamo e siamo sempre delusi".
Io penso: "Amen, sì, vieni, Signore Gesù, l'anno prossimo. No, prima possibile".

(dal sito www.evengelici.net)

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