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Che cosa devo dire loro? Ai vicini,
che incontro e che mi chiedono: che dici di ciò
che è successo?
Nel culto della nostra comunità di ebrei messianici
cantiamo sui testi biblici quasi esclusivamente in ebraico.
Sono per noi la fonte di forza e consolazione. E queste
parole della Bibbia sono incredibilmente attuali.
Alla fine del culto lo scorso sabato il nostro pastore
aveva l'impressione che noi volessimo ancora una volta
cantare il testo di Isaia 61. Come Gesù duemila
anni fa nella sinagoga di Nazareth: "Mi ha inviato
ai poveri per annunziare un lieto messaggio, a fasciare
le piaghe dei cuori spezzati, per consolare tutti gli
afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, dare loro
una corona invece della cenere, olio di letizia invece
dell'abito di lutto, canto di lode invece di un cuore
mesto".
Quando usciamo per tornare a casa, i giornalisti nella
nostra comunità danno i primi annunci dell'attentato
nel quartiere ultraortodosso Mea Schearim. Un palestinese
si è avvicinato a un gruppo di famiglie ebraiche,
che uscivano dalla sinagoga dopo la fine dello shabbath,
e si è fatto saltare in aria tra di loro. Il
risultato, sono molti morti e feriti. Nelle strade corrono
macchine della polizia e ambulanze con le sirene.
Già in macchina sentiamo alla radio altre notizie
che ci sgomentano e a casa alla tv il quadro si fa più
pesante. Nel panico, nella paura, la gente cerca i familiari
negli ospedali. Sul luogo dell'attentato giacciono dieci
cadaveri terribilmente dilaniati. Tra di loro tre bambini
e due piccoli di pochi mesi. Due neonati, non feriti,
vengono trasportati nell'ospedale Cholim Bikur. La polizia
cerca i loro genitori. E c'è anche la notizia
di un escursionista, il cui cadavere è stato
trovato crivellato di pallottole nel deserto.
Nella notte stentiamo a dormire. La colazione il mattino
dopo non ha sapore. E poi apprendiamo del secondo attentato.
In tutto 19 morti dalla parte israeliana nelle ultime
24 ore. Le notizie continuano a risuonare. Non c'è
soluzione militare, dice un commentatore alla tv israeliana,
ma neanche una via d'uscita politica.
Sono solo notizie, cifre nella lunga statistica del
conflitto arabo-israeliano, che infuria da 100 anni.
Ci si sforza, non si ha altra scelta che andare oltre.
Stasera in tv seguiremo altre sepolture, vedremo gli
stessi volti distrutti dal dolore, disperati dei genitori,
dei bambini, di mogli e mariti, come già così
spesso nelle settimane, nei mesi, negli anni passati.
Come se non ci fossero abbastanza lacrime.
Mi aggrappo a Isaia 61. Per fortuna non è solo
un fuscello. E' una rupe su cui il Signore mi solleva,
canta il Re Davide nel Salmo 27. Solleva anche il mio
capo (Salmo 3) e gliene sono riconoscente. Altrimenti,
l'invito di Gesù (alzate gli occhi, sollevate
il vostro capo) sarebbe solo un peso ulteriore. Sempre,
di nuovo, penso al dialogo con una ebrea ortodossa nostra
vicina.
Ci sediamo insieme sulla terrazza e la domanda "Perché?"
è sospesa nell'aria. Lei dice: "I rabbini
devono smettere di prometterci che l'anno prossimo il
Messia verrà. Aspettiamo e aspettiamo e siamo
sempre delusi".
Io penso: "Amen, sì, vieni, Signore Gesù,
l'anno prossimo. No, prima possibile".
(dal sito www.evengelici.net)
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