Il Natale e la Pasqua, indubbiamente
le feste più sentite nel nostro Paese, caratterizzano
un periodo più o meno breve, nel quale la gente
ricorda che Gesù è nato (il Natale) e che
poi è morto ed è risorto (la Pasqua). Queste
feste religiose non portano l'uomo a sperimentare quella
che Gesù chiama "nuova nascita" e, purtroppo,
pochissimi si fermano a riflettere sul perché si
crede in certe cose, perché si seguono determinati
costumi o da dove vengono determinate tradizioni! Siamo
nati in un mondo pieno di tradizioni, usanze e consuetudini
e siamo cresciuti accettandole senza riflettere o discutere.
Questo perché per natura l'uomo tende a seguire
la massa, sia nelle cose giuste che in quelle sbagliate.
L'assenza della celebrazione della festa liturgica della
Pasqua è una peculiarità delle nostre chiese
evangeliche ADI per alcune ragioni bibliche, storiche
e culturali che ci accingiamo ad analizzare.
RAGIONI BIBLICHE
"La Pasqua era la festa massima
dei Giudei, la quale era intesa a tipizzare il sacrificio
di Cristo, Agnello di Dio, ucciso per i peccati del
mondo. Fu ordinata da Dio, in origine, a commemorare
il passaggio dell'angelo che uccise i primogeniti d'Egitto
passando oltre alle famiglie d'Israele che rimasero
immuni, ed altresì la partenza del popolo dalla
terra di servitù".
(Dizionario Biblico Schaff, TA BIBLIA 2, edizione ADI
MEDIA)
Nel Nuovo Testamento l'apostolo
Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, scrive: "La
nostra Pasqua, cioè Cristo é stata immolata"
(I Corinzi 5:17),
collegando così l'agnello pasquale, offerto per
la redenzione d'Israele, a Gesù "l'agnello
di Dio che toglie il peccato dal mondo".
I versi biblici collegati alla Pasqua nel Nuovo Testamento,
tranne quello di I Corinzi 5:7, sono sempre riferiti
alla "festività giudaica": ciò
è comprensibile in quanto esistevano comunità
giudaico-cristiane, le quali, nel primo periodo dell'era
apostolica continuavano ancora ad essere ossequienti
delle tradizioni ebraiche. A prova di questa realtà
basti ricordare che fu necessario indire a Gerusalemme
un Concilio dei rappresentanti delle chiese, circa tredici
anni dopo il giorno della Pentecoste, per stabilire
una regola per i cristiani non Ebrei (Atti 15:28,29).
Dal Nuovo Testamento non risulta però che i cristiani
dell'era apostolica celebravano una festa specifica
per ricordare la risurrezione di Gesù.
RAGIONI STORICHE
Alla luce della storia del Cristianesimo
appare evidente che con l'affievolirsi dello spirito
missionario ed evangelistico, alcune tendenze paganeggianti
concorsero alla formazione di rituali, i quali, sviluppandosi
nel tempo, si codificarono poi, in sistema liturgico.
Infatti, soltanto nel concilio di Nicea (325 d.C.) si
riuscì a concordare che la Pasqua fosse celebrata
la domenica successiva al primo plenilunio, che avviene
dopo l'equinozio di primavera, per questo la data oscilla
tra il 22 marzo e il 25 aprile. Prima di allora in Oriente
esistevano date controverse tra chi celebrava la Pasqua,
come gli Ebrei il quattordicesimo giorno di Nisan e
chi la celebrava la domenica successiva al quattordicesimo
giorno di Nisan; mentre in occidente la solennità
era ricordata nella domenica successiva al plenilunio
di primavera.
RAGIONI CULTURALI
Molti riti pasquali sono estranei al
ricordo della vera Pasqua. È stato dimostrato,
ad esempio, che alcune delle tradizioni popolari della
Quaresima e della Pasqua risalgono ad antichi riti propiziatori
primaverili che avevano il fine di spaventare i demoni
dell'inverno per farli fuggire. Col tempo la gioia per
il sorgere del sole e per il risveglio della natura
primaverile è stata accostata alla gioia relativa
alla resurrezione di Cristo, "sole di giustizia".
La primavera era sacra per gli adoratori che abitavano
in Fenicia. La loro dea della fertilità, Astarte
o Ishtar (Afrodite per i Greci), aveva come simboli
l'uovo e la lepre. Da qui l'usanza di considerare le
uova, immagine di fertilità e di vita. I Persiani,
ad esempio, regalavano le uova durante l'equinozio di
primavera; gli Egiziani, i Greci e i Romani le coloravano
e le mangiavano nelle festività del periodo primaverile.
Persino studiosi cattolici lo confermano: "Un gran
numero di usanze pagane per celebrare il ritorno della
primavera gravitano sulla Pasqua. L'uovo è il
simbolo della vita che germina all'inizio della primavera
Il
coniglio è un simbolo pagano ed è sempre
stato simbolo di fertilità" (The
Catholic Encyclopedia, 1913, vol. V, pag. 227).
Un'autorevole enciclopedia afferma che: "Non c'è
nessuna indicazione nel Nuovo Testamento o negli scritti
dei Padri apostolici che fosse osservata la festa di
Pasqua. La santità di tempi speciali fu un'idea
assente nella mente dei primi cristiani" (Encyclopædia
Britannica, vol. III, pag. 828).
LA PASQUA EBRAICA E LA CENA DEL SIGNORE
Il termine italiano "Pasqua"
è una traslitterazione dell'antica parola ebraica
"pèsach" che significa letteralmente
"saltare oltre" in ricordo della notte in
cui Yahweh "saltò oltre" ovvero oltrepassò
le case degli Israeliti in Egitto contrassegnate dal
sangue dell'agnello sacrificato, risparmiandone i figli
maschi (Alfredo Cattabbiani
- Calendario Edizioni Rusconi Libri, pag. 172 anno 1994).
Secondo Levitico 23:5 la Pasqua
ebraica corrispondeva al giorno in cui aveva inizio
l'anno liturgico: "Il primo mese, il quattordicesimo
giorno del mese, sull'imbrunire, sarà la Pasqua
del Signore". L'anno solare seguiva invece il suo
corso ordinario. Con l'istituzione dell'anno liturgico,
il Signore insegnò al Suo popolo che doveva cominciare
un'era nuova con Lui. La precedente storia d'Israele
ormai non contava più. La redenzione del popolo
doveva costituire il primo passo di una nuova vita.
Il tempo delle fornaci di mattoni e dell'argilla era
tramontato. La festa doveva essere celebrata in maniera
fedele ai dettami divini: "Sarà la Pasqua
in onore del Signore". Bisognava riprodurre nel
modo più fedele possibile quello che era storicamente
avvenuto durante l'uscita dall'Egitto (Esodo 12:1ss.).
Si doveva uccidere l'agnello, spruzzare col sangue gli
stipiti delle porte e consumare il pasto con un atteggiamento
da pellegrini. Si rammemorava così la prodigiosa
liberazione della notte dell'esodo egiziano. "La
Pasqua doveva celebrarsi la sera del 14 giorno del primo
mese (Nisan) ed il giorno 15 cominciava la festa di
sette giorni dei pani azzimi. Il termine Pasqua non
può applicarsi propriamente che al pasto in cui
si mangiava l'agnello; seguiva poi la settimana dei
pani azzimi, che terminava il 21. Quest'ordine è
riconosciuto in Giosuè 5:10,11. Ma nella storia
sacra la parola Pasqua si applica talvolta all'intero
periodo (Luca 2:41; Giovanni 2:13, 23; Giovanni 6:4;
Giovanni 11:55). Riguardo all'ora della celebrazione
della Pasqua, essa è espressamente fissata "fra
i due vespri" (Esodo 12:6; Levitico 23:5; Numeri
9:3, 5), o, come è detto altrove, "in sulla
sera, come il sole tramonterà" (Deuteronomio
16:6). Questa ora corrisponderebbe al principio del
giorno 15 di Nisan, cioè al momento in cui il
14 termina e il 15 principia" (Dizionario
Biblico Schaff: TA BIBLIA 2, Edizione ADI MEDIA).
In epoca tardiva, l'atteggiamento di pellegrino non
fu più conservato. Gli agnelli erano uccisi di
pomeriggio nel cortile del tempio, il sangue raccolto
dai sacerdoti in vasi era versato vicino all'altare
e il grasso bruciato sull'altare stesso. Assieme all'agnello
veniva consumato anche del pane azzimo e delle erbe
amare (Deuteronomio16:1-8). Nel suo significato tipologico
l'agnello pasquale offerto dagli Ebrei fu applicato
a Gesù anche dall'apostolo Paolo: "La nostra
Pasqua cioè Cristo è stata immolata".
Niente lascia intendere che bisogna celebrare la Pasqua
o che lo facesse anche la chiesa dell'era apostolica.
In realtà il giorno della resurrezione fu "nella
notte del sabato quando già albeggiava, il primo
giorno della settimana" (Matteo 28:1). La Cena
perciò era celebrata in tale giorno. A Troas
i credenti, nel primo giorno della settimana erano radunati
per rompere il pane (Atti 20:9), non per celebrare la
Pasqua. Gesù aveva, infatti, detto ai Suoi di
ricordare in questo modo la Sua morte e la Sua resurrezione.
Si discute se il pasto nel quale Gesù istituì
la Cena del Signore fu proprio quello pasquale. Gli
evangelisti Matteo e Marco lo affermano nei seguenti
versi: Matteo 26:18ss., Marco 14:12ss. Certamente l'ultima
Cena fu piena di risonanza e significati della Pasqua
ebraica. Ma le analogie tra la Pasqua ebraica e la celebrazione
della Cena come fu istituita dal Signore non vanno ricercate
nel rituale, piuttosto nei loro tre elementi comuni:
il concetto dl liberazione, il valore del sacrificio
e il carattere di memoriale.
IL CONCETTO DI LIBERAZIONE.
Quando Dio stabilì la celebrazione
della Pasqua disse: "Quando io vedrò il
sangue passerò oltre, e non vi sarà piaga
su voi per distruggervi quando percuoterò il
paese d'Egitto . Nella Cena: "Gesù prese
del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe
e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete,
mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso
un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene
tutti, perché questo è il mio sangue,
il sangue del patto, il quale è sparso per molti
per il perdono dei peccati" (Matteo
26:26-28). Dio ha stabilito
e scelto di preservare la speciale relazione tra Sé
e il Suo popolo con il Patto, con la Sua parola di promessa
e con il sangue sparso. Il Nuovo Patto annulla l'Antico,
perché il Nuovo Testamento completa la Parola
di Dio agli uomini. La liberazione del Cristo è
completa. Le istituzioni dell'Antico Patto non avevano
la forza di liberare veramente gli uomini dal peccato
e quindi di consentire loro l'accesso alla presenza
di Dio. Il Nuovo Patto è perciò fondato
su migliori promesse.
IL VALORE DEL SACRIFICIO.
Nella Pasqua ebraica: "Il
vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell'anno
Lo
serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese,
e tutta la comunità d'Israele, riunita, lo sacrificherà
al tramonto" (Esodo
12:5,6). Nella Cena del Signore:
"Gesù prese del pane e, dopo aver detto
la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli
dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il
mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie,
lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché
questo è il mio sangue, il sangue del patto,
il quale è sparso per molti per il perdono dei
peccati" (Matteo
26:26-28). L'epistola agli
Ebrei spiega che Cristo fu allo stesso tempo sacrificio
e sacrificatore, offerta ed offerente. Gli antichi sacrifici,
però, dovevano essere ripetuti perché
erano solo l'ombra (Ebrei 10:1-4) di quello perfetto
e completo di Cristo (Ebrei 9:11-14), l'unico con valore
espiatorio (Ebrei 9:12-14), perciò irripetibile.
IL CARATTERE DI MEMORIALE.
Nella Pasqua ebraica: "Quel
giorno sarà per voi un giorno di commemorazione".
Nella Cena del Signore: "...fate questo in memoria
di me".
Al tempo di Gesù, il pasto pasquale aveva una
liturgia diversa (Luca 22:17-20). "La festa cominciava
con una benedizione e la preghiera, con il mandare attorno
alla mensa un calice di vino mescolato con acqua, e
un piatto d'erba e salsa dopo che il padre della famiglia
l'aveva benedetto. A ciò faceva seguito la recitazione
della storia dell'istituzione divina della Pasqua, il
canto del Salmo 113 e la benedizione del secondo calice.
L'agnello, arrostito intero, e le altre pietanze erano
imbanditi e mangiati, dopo che il calice era stato mandato
attorno una seconda volta. Ognuno riceveva la sua parte
dell'agnello, dell'erbe amare e dei pani azzimi, e si
aveva gran cura che nessun osso fosse rotto. Quel che
restava della carne era subito bruciato. Dopo il pasto
veniva un terzo calice. Infine, erano cantati i Salmi
dal 114 al 118 e si passava il quarto calice e forse
un quinto calice"
(Dizionario Biblico Schaff: "TA BIBLIA 2"
Edizione ADI MEDIA).
Gesù usò probabilmente il primo o il secondo
dei quatto calici di vino, quando affermò che
era l'ultima volta che ne beveva, prima della venuta
del Suo regno. Seguì il ringraziamento per il
pane e la spiegazione del suo nuovo significato. Ordinò
quindi di ripetere quella celebrazione in Sua memoria.
Prese il terzo calice e spiegò che rappresentava
il Suo sangue con cui stava stabilendo il Nuovo Patto.
CONCLUSIONE
Da quanto detto, si deduce che spesso
la celebrazione della Pasqua ha poco a che fare con
il ricordo della morte e resurrezione di Gesù.
Spesso la cristianità, quella che ha solo il
nome, ma non la sostanza del cristianesimo, unisce usi
pagani con insegnamenti cristiani. Non è valido
qui il principio di usare il sacro per santificare quello
che non lo è (Aggeo 2:12). La Pasqua non è
una festività cristiana, né una ricorrenza
o una liturgia, anzi, alla luce del Nuovo Testamento
la Pasqua è la Persona stessa di Cristo Gesù
(I Corinzi 5:7,8). Ogni giorno è continuamente
Pasqua avendo realizzato Gesù nei nostri cuori
e seguendo i Suoi insegnamenti. Egli è l'Agnello
di Dio, immolato una volta, ma ora vivente e vittorioso
per sempre, per cui, per mezzo dello Spirito Santo,
possiamo dire: "A Colui che siede sul trono e all'Agnello
siano la benedizione e l'onore e la gloria e l'imperio,
nei secoli dei secoli" (Apocalisse 5:13).
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